Come fu che Custer vinse a Little Big Horn

Vergato da addì 24 ottobre 2004

da piccolo (fino a 16-17 anni) ero un bastardo guerrafondaio, fascista e inconsapevole.

giocavo con i soldatini, ne avevo a centinaia, di plastica colorata o uniforme, di tutti i tipi, di tutte le dimensioni, epoche e schieramenti; ne capivo poco: la Storia per me erano i fumetti di “Guerra d’Eroi” della Corno, i telefilm americani, qualche film.
fra i più gettonati erano, ovviamente, i soldatini delle epopee western: gli indiani (cattivi) e i soldati blu (buoni)…


nove volte su dieci, la guerra iniziava con questi ultimi asserragliati in un fortino, minacciati da spietatissime “ombre rosse”, avide di scalpi.
dieci su dieci, vincevano le giubbe blu, massacrando o imprigionando le soverchianti forze nemiche.

il mio sgomento fu pertanto grande, quando, aperta la scatola “7° Cavalleggeri a Little Big Horn”, vi trovai soldatini infilzati dalle frecce, morenti, smandrippati, con la testa fasciata, laceri e perdenti.
qualcosa non collimava con i miei riferimenti culturali: nella serie televisiva sul generale Custer (biondo, giovane e col pizzetto sempre dritto e ben pettinato), il “settimo” era la riserva degli eroi, invincibili, belli e compassionevoli (con gli indiani “buoni”, che apparivano ogni dieci-undici puntate), e il Generale era una specie di superman ante litteram, cui tutte le femmine invariabilmente cascavano tra le braccia.

e mo’?

una delle due versioni doveva necessariamente essere falsa.
il mio pigro cervelletto decise che la televisione era la bocca della verità, e mi comportai di conseguenza.
presi le forbicine da cucito di mammina, e ZAC-ZAC-ZAC, corressi la Storia, patinandola alla bell’e meglio.
via le frecce da quei corpi d’eroi, dunque, restituiti finalmente alla piena prestanza fisica, indispensabile per avere ragione degli infidi pellerossa.

certo, gli eroi erano ancora còlti in pose strane… c’era chi allargava le braccia, lo sguardo fisso avanti a sé, con la pistola in pugno, colpito a morte… ne feci il protagonista della scena seguente:
1. il pellerossa tenta di aggredire alle spalle il prode soldato
2. il prode soldato se ne accorge, e, ben addestrato, fulmina il pellerossa girandosi talmente di scatto che spara senza guardare

questo fu, probabilmente, il mio primo impatto (perdente) con la logica dello Spettacolo, che si impone e sostituisce la realtà, fidando nell’acquiescenza delle menti più deboli e permeabili.





















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"Quello che sono è affar mio"

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