La parola che si fa eros

Vergato da addì 22 novembre 2009

Entrai nella libreria dello Hunter College. Il commesso, un giovane con gli occhi sensibili, venne da me. “Posso aiutarla?” disse.
“Sto cercando un’edizione speciale di Pubblicità a me stesso. Ho saputo che l’autore ne ha fatte stampare per gli amici alcune migliaia di copie con il bordo dorato.”
“Devo controllare”, disse. “Abbiamo una linea diretta con casa Mailer.”
Lo guardai fisso. “Mi manda Sherry,” dissi. Pigiò un bottone. Una parete di libri si aprì ed entrai come un agnellino in quell’esuberante luogo di piacere noto come Flossie’s.
Tappezzeria a disegni rossi e un arredamento vittoriano creavano l’atmosfera. Pallide ragazze nervose con occhiali dalla montatura nera e capelli alla maschietta oziavano sui divani, sfogliando in modo provocante i classici della Penguin. Una bionda con un grande sorriso mi fece l’occhiolino, accennando a una stanza di sopra, e disse: “Wallace Stevens, eh?”. Ma non si trattava solo di esperienze intellettuali – stavano smerciando anche quelle emotive. Per cinquanta dollari, appresi, potevi “relazionarti senza avvicinarti”. Per cento, una ragazza ti prestava i suoi dischi di Bartòk, veniva a cena e poi ti lasciava guardare mentre aveva un attacco d’ansia. Per centocinquanta, potevi ascoltare una radio FM con due gemelle. Per tre bigliettoni avevi il massimo: un’ebrea magra coi capelli neri fingeva di passarti a prendere al Museo d’Arte Moderna, ti faceva leggere la sua tesi, ti coinvolgeva in una litigata chiassosa da Elaine sulla concezione che Freud ha della donna e poi fingeva un suicidio a tua scelta – la serata perfetta, per certi tipi. Un racket simpatico. Grande città, New York.
[…] Più tardi quella notte, cercai una mia vecchia conoscenza di nome Gloria. Era bionda. Laureata con lode. La differenza era che si era specializzata in educazione fisica. Fu piacevole.

[estratto da “Le squillo del Club Mensa”, in “Senza Piume” – Woody Allen – anni 70 del secolo XX]

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"Quello che sono è affar mio"

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