La tigre e la neve

Vergato da addì 25 ottobre 2005

Banale, scontato, melenso. Questi tre aggettivi basterebbero a definire il film di Benigni. La prima mezz’ora è sopportabile grazie al fatto che le menate poeticheggianti sono inframmezzate dalla verve comica sempre coinvolgente, ma poi il brodo si allunga, ripetitivo e sempre più telefonato e intinto nella melassa… Assolutamente inconsistente nelle scene drammatiche, fino a sfondare il muro del grottesco (le transizioni fra i diversi registri, comico-drammatico-lirico sono dilettantesche), Benigni non riesce a uscire dalle variazioni sul tema "Amo Nicoletta Braschi Alla Follia" che oramai ha cantato e suonato in tutte le salse… che si ritiri a fare le serenate alla sua bella in un casale del chiantishire e la smetta di contrabbandarle per "arte". Oppure, ancora meglio, ritorni a fare il comico, il giocoliere linguistico che tanto abbiamo apprezzato in passato.
[cliccando su continua a leggere, la recensione continua con alcuni "spoiler", che rivelano parte della trama]
Alcuni momenti particolarmente penosi:

  • la scoperta da parte di Attilio del suicidio di Fuad (mimica facciale di Benigni);
  • Vittoria che dice ad Attilio: "ti devo dare una notizia tristissima: Fuad è morto, l’avrai letto dai giornali" (se sai che l’ha letto, che glielo dici a fare?);
  • gli incontri con i militari americani, e in generale le scene esterne a Baghdad (posticcia e slavata, sembra la brutta copia di Belleville);
  • i dialoghi in inglese con il medico iracheno (che sul coma di Vittoria dice ad Attilio "una cosa alla volta", sennò come fa ad andare avanti il film?);
  • il duetto con il cammello nel deserto, che vorrebbe essere surreale e non riesce nemmeno a sfiorare la demenzialità.

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"Quello che sono è affar mio"

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