IL DECALOGO CONTRO LO STRESS IN UFFICIO

Vergato da addì 13 settembre 2004

[da “Bonjour Paresse, dell’arte e della necessità di fare il meno possibile al lavoro”, il libro di Corinne Maier pubblicato in Francia dalla Michalon – la traduzione è ripresa da un articolo pubblicato su “La Repubblica” il 18 agosto 2004]


1. Sei uno schiavo dei tempi moderni. Per te non c’è alcuna possibilità di realizzazione personale. Lavori soltanto per lo stipendio che prendi a fine mese, punto e basta.


2. È perfettamente inutile cercare di cambiare il sistema: tentare di opporre resistenza non fa che renderlo più forte.


3. Quello che fai non ha alcun rilievo. Potresti essere rimpiazzato da un giorno all’altro dal tuo vicino di scrivania. Perciò: lavora il meno possibile e coltiva una rete di rapporti personali, così da stare al sicuro dal prossimo giro di licenziamenti.


4. Non vieni giudicato in base al merito, ma da come appari. Usa il più possibile un gergo tecnico, sembrerai uno addentro ai segreti del lavoro.


5. Non accettare ruoli di responsabilità per nessun motivo. Non faresti che lavorare molto di più per guadagnare solo un pugno di noccioline in più a fine mese.


6. Punta con decisione alle posizioni più inutili della gerarchia [ricerca, strategie aziendali, business development], quelle cioè in cui è impossibile valutare il tuo contributo alla crescita dell’azienda. Evita i ruoli sul terreno.


7. Una volta che sei riuscito ad assicurarti il posto giusto, non muovere più un dito. Sono soltanto i più esposti che rischiano il licenziamento.


8. Cerca di identificare quelli che come te hanno capito che il sistema è assurdo. Li riconoscerai da piccoli segni nell’abbigliamento, nelle battute, nei sorrisi.


9. Sii molto gentile con quelli che hanno contratti a termine: sono gli unici che lavorano sul serio.


10. Ripeti a te stesso che l’assurda ideologia che sta dietro l’organizzazione aziendale non può durare in eterno. Farà la stessa fine del materialismo dialettico nel sistema comunista. Il problema è sapere quando.


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"Quello che sono è affar mio"

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