Il cuore di Christopher

Vergato da addì 29 dicembre 2004

Nonostante il titolo del post, debbo dare una delusione a tutti i Mysteriani accaniti: qui non si parla di Martin Mystère n. 90…  e Christopher è pronunciato alla francese (cristòf) e non all’inglese (crìstofer).

Per una lunga serie di coincidenze ed accadimenti degli ultimi 15 giorni, dei quali forse parlerò in seguito, o tacerò per sempre, mi è capitato di pensare al film Un Cuore in Inverno  di Claude Sautet, con Daniel Auteil, André Dussollier e Emmanuelle Béart…

Uno dei film che amo di più, e sul quale più volte ho esercitato la mia vena sadico-sezionatoria, senza per questo trovarvi il minimo difetto, la minima sbavatura… ed anzi amandone ancora di più ogni apparente incertezza.

Non vi sarebbe perciò più nulla da scoprire, più nulla da dire… eppure le opere d’arte sono tali perché ad ogni incontro con esse scopri sempre nuove prospettive, o forse, cambiando la tua prospettiva con lo scorrere del tempo ed il mutare delle circostanze, perché vi puoi ritrovare quelle eterne, confortanti regolarità percettive e semantiche con le quali paragonare la tua evoluzione psicologica, caratteriale, culturale. Pietre miliari sulla strada della vita, capolavori, quelle cose lì, insomma…

La nuova prospettiva scaturisce da una risposta alla domanda: chi è il personaggio più tragico della vicenda? I candidati sarebbero diversi; tra i personaggi principali c’è Stephane-Auteil, la sua amica del cuore innamorata di lui senza speranza, c’è il collega/amico Maxime-Dussollier, la di lui amante Camille-Béart, il loro vecchio professore di violino e la sua governante… vi sono anche diversi personaggi minori, come i fidanzati dell’amica del cuore di Stephane i commensali di una delle tante cene nella casa di campagna del professore… l’apprendista liutaio e la sua fidanzatina…

Ognuno di questi è, volta a volta, approfondito, tratteggiato, sbozzato, accennato, ma in ogni caso definito quanto basta a farlo ricordare, a meritarsi un posto nel romanzo corale e “contribuire al potente spettacolo anche solo con un verso”, ma significativo.

L’unico personaggio davvero insignificante, solennemente trascurato dagli autori, alle cui pene si accenna solo come a una seccatura nel rapporto di lavoro, che non viene mai in rilievo e pronuncia solo una battuta (per nulla memorabile) è Christopher, il violoncellista di supporto alla talentuosa violinista, Camille. Del suo innamoramento per la sua compagna di lavoro nulla ci viene detto, nulla mostrato, se non una fugace apparizione al suo fianco mentre lei va a fare compere in una libreria, perfetto esempio di “fidanzato asciutto”, ma inconsapevole e insoddisfatto, cotto e stracotto, sottomesso, incapace di chiedere alcunché per sé, bastandogli la muta adorazione dell’oggetto del desiderio.

Di costui non sappiamo nulla e nulla viene da chiederci… Che cosa fa nel tempo libero? Cosa pensa? A che aspira? L’ama? E cosa sarebbe disposto a fare per lei? È il prototipo di esistenza tragica, di amore modesto, di negazione precoce di sé. Gli autori (Sautet e Fieschi) non hanno bisogno di approfondirne la psicologia, la complessità delle sensazioni… in realtà non possono, per due motivi principali: il primo è che non c’è il tempo materiale all’interno della trama, e si rischierebbe di sconfinare nella sterile descrizione di un caos emotivo (prerogativa di troppe commediole e tragediole sentimentaloidi); il secondo, interno al racconto, è che un personaggio siffatto non ha sentimenti che non siano mimati, presi a prestito, nessun pensiero oltre quello del lavoro (ma non da genio maniacale come quello di Stephane) e di una massificata adesione al culto della più bella del reame…

Questo Christopher, punto angoscioso subliminalmente nascosto negli ingranaggi di una sceneggiatura ad orologeria, è in effetti una ulteriore conferma del fatto che la perfezione si annida nei dettagli, e, all’interno della finzione, che Dio non ama i (poveri) bastardi.

Qualcosa sull'Autore

"Quello che sono è affar mio"

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