Babel

Vergato da addì 23 agosto 2007

Dopo lungo peregrinare, quando ormai disperavo di vederlo, ecco che fuori dal cappello a cilindro di una afosa serata agostana, nella napoli (minuscola!) desertificata da una amichevole nazional-pallonara, spunta Babel di Iñàrritu (ieri, Warner Village Napoli).

Un film che le alte aspettative stratificatesi in quasi un anno di cose lette, sentite e ripassate non sono riuscite a rovinarmi.

Seguono libere impressioni. [si svela parte della trama]

L’idea è semplice: tre piani di narrazione, asincroni, che si intersecano. La storia, divisa in tre, fa perno intorno ad un solo oggetto, punto di contatto e di separazione fra le dramatis personae.

Il tema che permea l’opera è l’estremo bisogno, frustrato, di comprensione che affligge l’era della comunicazione globale, in cui, per dirla con il citatissimo Guzzanti (Corrado), io e l’aborigeno possiamo anche scambiarci messaggi in tempo reale, ma alla fine, nun c’avemo un cazzo da di’!

Gli autori (oltre al regista, lo sceneggiatore Guillermo Arriago) mettono in risalto la enorme distanza che passa tra la possibilità tecnica di comunicare (anche spostandosi fisicamente con una certa facilità) e la reale comprensione che l’uomo -soprattutto del "primo mondo"- ha delle culture con cui viene in superficiale contatto e delle conseguenze che anche tale minimo contatto, forse proprio perché fugace, ha sulle vite degli altri.

Ed è forse significativo che, nel finale di questo triforcuto labirinto di dolore, coloro che se la cavano con meno danni appartengono proprio al "nord del mondo"; anzi, per loro la vicenda ha quasi un valore catartico, positivo, aperto alla speranza. Personalmente vi ho letto non l’affermazione di una supremazia del "primo mondo", bensì l’amara constatazione che chi dirige la danza dello spettacolo mondiale sa sempre come ballare la sua musica, e non ne esce mai con le ossa rotte.

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"Quello che sono è affar mio"

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