Into The Wild

Vergato da addì 14 aprile 2008

[di Sean Penn]

Chris McCandless sei un idiota.
Parlo alla tua incarnazione scenica, ovviamente.

-SPOILER- di seguito viene rivelata parte della trama del film (ed anche il finale, vah!) -SPOILER-

Mi è capitato poche volte di avere una così forte antipatia, ai limiti dell’orticaria, per un personaggio (anche se basato su una storia vera, Into the Wild risente della attuale infatuazione di Sean Penn per Calliope), e, contemporaneamente, essermi arreso di fronte alla pura bellezza delle scene esterne, tecnicamente perfette, forse troppo.

La dico tutta: tu, pupazzetto con quel ciuffettone cotonato sempre dritto, insoddisfatto della società marcia, cinica e bara, sembri falso come i capelli dello psiconano.

Ragioniamo: vuoi scappare dalla civiltà e andare in Alaska? Rifiuti le convenzioni della società capitalistica spettacolare (anche se non la chiami così, perché leggere Thoreau, va bene, però Marx e Debord no, cazzo: siamo sempre Americani!)? Vuoi ritrovare te stesso, la purezza delle pulsioni animalesche, rientrare in contatto con la vera natura umana, semplice, genuina, monda da sovrastrutture cittadine ed ipocrisie otto-novecentesche?

OK, va bene, d’accordo, ci sto dentro, guarda, con tutti e tre i piedi…

Però poi che fai? Ti inchini alla più borghese delle morali, rinunciando a fare sesso (all’amore, vabbe’), perché "oh, no… ha sedici anni". Del resto, se fossi "normale" come ti volevano i tuoi genitori, ti saresti accontentato di andare ad Harvard, o di essere adottato da un miliardario rimbesuito e mezzo checca, che per ringraziarti di avergli fatto sfiorare l’infarto con un dito per poco non ti nomina suo erede universale. Invece, tu, che normale non vuoi essere, che ti ribelli a tutti, anche al buon senso di chi ti guarda andare diritto incosciente verso la terra selvaggia, tu, te ne vai a crepare prematuramente, da solo… ed il meglio è che crepi quando capisci che la solitudine dell’eremita non la reggi, non fa per te, insomma, forse dovevi allenarti un po’ di più, oppure forse eri solo un povero ragazzetto pirla che si è convinto di poter pisciare controvento, aiutato dal cervello e da qualche libro, ma senza esperienza.

Il fatto è che ti sei messo contro la società, e sei morto.
Hai sfidato la natura, e hai perso.
Chi si ribella è perduto. È questa la tua testimonianza ultima; l’esatto opposto di ciò che il tuo gesto voleva gridare.

Come abbia fatto Sean Penn a tirare fuori da questa insopportabile mascherina un film tecnicamente perfetto, mi riesce ancora impossibile capirlo. Probabilmente non ci riuscirò mai.

[Visto al Quattro Fontane (RM), Sala 3, ore 21.30 – 08-03-2008]

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"Quello che sono è affar mio"

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