Couscous

Vergato da addì 28 gennaio 2008

di Abdellatif Kechiche, con Hafsia Herzi (Rym) e Habib Boufares (Slimane)

Una rosa rossa non è egoista perché vuole essere una rosa rossa. Sarebbe orribilmente egoista se volesse che i fiori del giardino fossero tutti rossi e tutte rose.

[Oscar Wilde, L’anima dell’uomo sotto il socialismo]

Rym (la "figliastra") sa quello che vuole, sa già come ottenerlo, nonostante la giovane età, ed ha la vitalità necessaria per tagliar corto con le mortifere esitazioni di Slimane (il "patrigno").

Il rapporto tra i due sostiene l’intera trama, spesso avvitata in scene e dialoghi ripetitivi fino all’esasperazione e perfino alla farsa involontaria.

Spregiudicata, sfacciata, naturalmente astuta, la ragazza manipola eventi ed uomini con la perizia consumata di una Teodora contemporanea; l’attrice (l’esordiente Hafsia Herzi, premio Mastroianni per la miglior esordiente a Venezia) le dona l’erotismo ineffabile che promana dalle donne di non fastidiosa bellezza, da un corpo non classico mosso da un animo inquieto, apparentemente sicuro di sé.

L’anima di Rym, certo colma di affetto filiale, rivela la sua sublime, cattiva durezza nella scena in cui mangia il couscous nella stanza di Slimane, davanti ai suoi due ultimogeniti, imbambolati dai bamboleggiamenti della fanciulla in fiore (e la danza del ventre finale, a mio modesto avviso, NON raggiunge la carica sensuale di questo sapiente piluccamento).

Peccato che il regista non abbia voluto usare con più decisione le forbici: mezz’ora di irritanti vaneggiamenti in meno avrebbero reso il film godibile ad una platea più vasta dei soliti cinéphiles, senza nulla togliere alla sua arte.

Nel complesso: 6– (per palpebre resistenti; sconsigliato ai reduci da lunghi viaggi nel Maghreb).

[visto 26-01-2008, 21:30 – Alcazar, Roma]

Qualcosa sull'Autore

"Quello che sono è affar mio"

Commenti

3 Commenti, Invero, a “Couscous”

  1. HangingRock ha detto:

    ppork, parliamone.

    Erano anni che non vedevo un film durante il quale intere file di spettatori si alzavano e se ne andavano.

    Sono tra gli eroi rimasti fino alla fine, quindi posso affermarlo con cognizione di causa: non c’è stata una sola scena che non fosse di una lunghezza meno che esasperante, inclusa quella finale della danza del ventre. Per poi non parlare dell’inseguimento dei ladri da parte di Slimane: alla fine, quando il poveretto si è accasciato a terra, morto, la sala esultava con vari “assafà, è schiattato finalmente”. Ma quello che ha ammazzato i morti è stato lo sfogo isterico della nuora di Slimane: ha falcidiato metà della sala; l’altra metà bestemmiava (lo sfogo della figlia di Slimane con la bambina che non voleva usare il vasino era altrettanto da paccheri ma, essendosi abbattuto sugli spettatori all’inizio del film, ha fatto meno danni).

    sai quello che secondo me fotte di questo film? che tiene la bellezza del giorno dopo. la memoria post-risveglio opera i tagli che il regista non ha fatto, immagazzinando il film in un formato compresso che, a riguardarlo, ti lascia una sensazione di bellezza che non sapevi si potesse estrarre da un tale casatiello. dobbiamo leggerlo così, questo cous-cous. come un film che non lo sguardo, ma la memoria dello sguardo è in grado di farci apprezzare.

    (madonna, mi rendo conto che pure il mio commento è una scena troppo lunga… taglia, taglia! :))

  2. plmplm ha detto:

    come il ricordo di quel quasi-cous-cous (il suo nome è mansaf…) che ci propinarono ad Abu Kamal in Siria… l’ingurgitammo per fame… ce lo ricordiamo come una delle prelibatezze della mia vita

  3. ppork ha detto:

    parliamone, Hanging

    è possibile che io sia stato indulgente verso un’affine pesantezza 🙂

    parimenti ammetto che il meccanismo proiettivo instauratosi tra me e Slimane (“uno ha l’età che si sente”, diceva il buon Tiziano Sclavi, “e quindi io ho 84 anni” ;-D), e quindi l’afflato protettivo nei confronti della figlioccia Rym, abbia funzionato da filtro “flou”

    seguendo la tua interpretazione, è come se in sala io mi fossi sdoppiato (no fumo, giuro, giusto una pizza e una birretta); una parte di me seguiva la storia in diretta, mentre l’altra la rielaborava e riviveva, ricordandola selettivamente, togliendo ed esaltando, perdendo e ritrovando pezzi di memoria.

    le reazioni della platea trasteverina sono state meno sanguigne, però devo dire concordano sostanzialmente nel considerare eccessive le lunghezze delle scene.

    plmplm, questo pluralis maiestatis olezza, anzichénnò… esci dal gorgo, mascherina ;->

    [ché se no ti vengo a prendere per le orecchie]

    per entrambi, diversamente originata e differentemente diretta, la seguente citazione dotta:

    “L’amore non è davvero cieco, solo selettivamente miope”

    (L’Incredibile Hulk – scritto da Peter David – seconda metà anni degli anni ’90)

Commenta, Orsu